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La Stampa del 28 maggio 2004, rubrica UN LIBRO AL GIORNO

Torino, Cartesio, il diavolo
e il concerto che si fa delitto

DOPO diciannove anni torna Concerto Rosso di Pier Luigi Berbotto. Pubblicato a suo tempo negli «Omnibus» di Mondadori, torna rivisitato presso un nuovo editore torinese, L'Ambaradan, che ha sede nei pressi di quel cuore cittadino da cui inizia la storia misteriosa del critico musicale Alessio Dotta alle prese con il musicista settecentesco Giovan Battista Rambaudi e con il suo Concerto Rosso per organo e orchestra che dev'essere eseguito in prima mondiale nella Basilica di Superga dal maestro Arthur Lehmann, una sorta di Herbert von Karajan assunto a simbolo d'eccellenza direttoriale.

Inutile, tuttavia, cercare corrispondenze anagrafiche. Nessuna enciclopeclia che registri il nome di Rambaudi così come nessun catalogo che accolga il nome del suo doppio, il nero pittore di ermellini Bartolomeo Amidisio. Vano tentar di trovare l'Oratorio di San Lazzaro, dove la storia ha inizio. Ozioso investigare consonanze troppo precise, perché tutta la vicenda si muove lungo un crinale ambiguo e fluttuante.

Tre i fili che s'intrecciano: il giallo, il viaggio, la musica. Le tante frontiere di un itinerario enigmatico tra vivi e morti, memoria e tempo, dove e altrove, identità e alterità, demoniaco e celestiale. Le tante maschere di un'attrazione spaesante che dalla musica trae le spinte incontenibili della passione e della sproporzione. Del resto non mancano nel romanzo le citazioni dalla Sonata a Kreutzer di Tolstoj e soprattutto dal Doktor Faustus di Mann.

Alessio Dotta vive in una dimensione tutta umana, tra colleghi e compagni spesso infidi, una fidanzata che resta sullo sfondo di telefonate implacabili, il suo studio sul Rambaudi, l'invidiata amicizia con Lehniann, la casa in collina. Ma vive insieme in una dimensione «altra» e per una serie impressionante di coincidenze e presagi riesce a incunearsi tra minacce e consigli nella dimensione di un tempo non misurabile e misurato, dove compaiono personaggi sfuggenti, dilemmi ermetici e luoghi spettrali.

Tra i tanti, un inafferrabile Virgilio in trench chiaro di nome Croft, una ragazza di nome Meli che va disinvoltamente rombando su una modernissima motocicletta (o sottilmente convivendo in figura di donna fantasmatica e velata), una misteriosa galleria d'arte, uno strano club di esibizioni saffiche e una quartina oscura. Ciò che Odilon Redon nel suo Journal chiamava la logica del visibile al servizio dell'invisibile.

Tutto inizia con un appuntamento (mancato) che si trasforma in un delitto. E tutto prosegue con un concerto (mancato) che si trasforma in un altro delitto. Per approdare ad un concerto finale (interrotto non dirò come) che sta come una sorta di gran partita.

Vale la pena sottolineare come Torino non resti un semplice fondale, ma agisca come un personaggio capace di emanare il fascino perturbante della doppiezza. Non già il facile folklore della città magica e negromantica, ma una topografia accurata che riesce a creare dal Po alla collina, dalle Torri Palatine alla Gran Madre, da Piazza IV Marzo a Superga, dal Valentino alla Pellerina - un arcano incanto tra Cartesio e il diavolo.

Una seduzione di cui non basta l'apparente lieto fine a decidere tra vincitore e vinto.

Giovanni Tesio